Ex Ilva, Semat completerà i parchi minerali a Taranto

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A otto mesi dalla rescissione del contratto con l’impresa friulana Cimolai, Acciaierie d’Italia (la nuova società tra ArcelorMittal Italia e Invitalia) rimette mano ai parchi minerali e affida all’impresa Semat, che fa già parte dell’indotto siderurgico, il compito di ultimare i lavori. “Abbiamo conferma -dichiara Francesco Bardinella, segretario della Fillea Cgil di Taranto- dell’affidamento a Semat delle opere di completamento dopo l’uscita di scena di Cimolai, che ha progettato e costruito la copertura dei due grandi parchi materie prime del siderurgico, quello minerali e quello fossile”.

“Semat -aggiunge Bardinella- ha già lavorato con Cimolai perché si è occupata delle fondazioni delle coperture. E Semat è anche l’unica grande impresa di edilizia industriale rimasta nell’ex Ilva”. I parchi minerali sono l’opera simbolo di tutti gli interventi ambientali nella fabbrica dell’acciaio e la loro funzione è trattenere la diffusione delle polveri della lavorazione nella città. Un intervento complessivo di circa 300 milioni. E sebbene le due grandi coperture siano state lasciate pronte da Cimolai (al 99,5% quella del parco minerali e al 96% quella del parco fossili) andavano comunque completate. Ma lo farà Semat (a Taranto già dagli anni della gestione Riva) e non Cimolai, che su questi grandi lavori vanta una specializzazione su scala internazionale. Agli inizi di dicembre 2020 ArcelorMittal ha infatti comunicato di aver rescisso il contratto con Cimolai che aveva cominciato i lavori, su mandato dei commissari straordinari di Ilva, il 1 febbraio 2018.

Sebbene a febbraio 2018 l’ex Ilva fosse già stata aggiudicata (la gara si è conclusa a giugno 2017) ad ArcelorMittal Italia, quest’ultima non aveva ancora preso possesso né degli impianti, né del personale. Il subentro avverrà a novembre 2018. E così i commissari di Ilva in amministrazione straordinaria Piero Gnudi, Enrico Laghi e Corrado Carrubba decisero egualmente di avviare l’investimento più importante sotto il profilo della bonifica anche e soprattutto per dare un segnale concreto. Otto mesi fa ArcelorMittal Italia ha motivato il recesso affermando che “la condotta e l’atteggiamento di Cimolai durante l’esecuzione dei lavori – soprattutto negli ultimi mesi – hanno compromesso la fiducia di AMI nei suoi confronti e sono incompatibili con la prosecuzione dei rapporti contrattuali”.

ArcelorMittal ha parlato, in quella occasione, di “pretese economiche” del tutto infondate. Cimolai aveva replicato immediatamente evidenziando di aver eseguito le opere correttamente e senza alcuna contestazione del committente, che ArcelorMittal non ha mai accettato le richieste di confronto per un “tentativo di amichevole composizione” e di essere stata soggetta a “unilaterali decurtazioni delle somme spettanti”.

In sede di contestazione, l’azienda committente, che allora era ancora ArcelorMittal Italia in quanto la società Acciaierie d’Italia non era stata ancora costituita, ha sostenuto che Cimolai ha “illegittimamente rifiutato di riconoscere le decurtazioni sul prezzo dei contratti a cui AMI ha diritto”. Erano state contestate inoltre dal committente “pretese economiche raddoppiate (da euro 13.944.307,20 per il parco minerale ed euro 13.376.102,26 per il parco fossile a, rispettivamente, euro 29.021.933,07 ed euro 34.040.807,14), senza fornire alcuna spiegazione o documento di supporto”, nonché la promozione di un arbitrato da parte di Cimolai verso Am Investco Italy, società di ArcelorMittal Italia, e da quest’ultima ritenuta una “ingiustificata minaccia”. ArcelorMittal fece inoltre sapere a Cimolai che “AMI ha legittimamente esercitato il proprio diritto di recedere dai contratti e, nell’esercizio della sua libertà imprenditoriale, può organizzare la prosecuzione dei lavori senza fornirvi alcun chiarimento o giustificazione”.

Un’avvisaglia di rapporti già incrinati tra committente e appaltatore -e infatti l’annuncio della rescissione del contratto sui parchi minerali arriverà dopo poche settimane- si ebbe già ad ottobre 2020, quando un dirigente tecnico di Cimolai, interpellato dalla commissione Attività produttive della Camera impegnata a fare il punto sullo stato dei pagamenti verso terzi dell’indotto ex Ilva (allora in grande sofferenza economica), affermò che i ritardi sui pagamenti si erano manifestati già a fine 2019 con l’arrivo dei nuovi manager portati dall’ad ArcelorMittal Italia, Lucia Morselli, ed erano proseguiti, ampliandosi, per tutto il 2020. In quella sede, alla Camera, Cimolai annunciò anche la sua volontà di ricorrere a un arbitrato verso l’ex Ilva.

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