La caduta di Kabul e il discorso di Biden

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La rapidità dell’avanzata dei Talibani in Afganistan e l’immediata caduta di Kabul hanno sorpreso non solo gli osservatori e commentatori occidentali cullatisi nella diffusa convinzione, main stream, che l’esercito regolare afgano sarebbe riuscito a conservare il controllo del paese anche dopo la ritirata delle forze americane e occidentali che lo avevano addestrato e sostenuto per oltre un decennio. Questa convinzione ha anche impedito ai programmatori occidentali di preparare dei piani di evacuazione adeguati e in grado di assicurare un’uscita dal paese ordinata ed estesa efficacemente a tutti coloro che a vario titolo avevano collaborato con le forze e le ONG occidentali impegnate nel paese.

Biden ha voluto rispondere con il suo discorso del 16 agosto alle critiche e allo sconcerto dell’opinione pubblica internazionale di fronte alla “frettolosa” evacuazione delle forze e organizzazioni americane e quindi a seguire occidentali dall’Afganistan. Evacuazione che le ha portate ad asserragliarsi nel compound dell’aeroporto di Kabul in attesa dei voli di esfiltrazione, presi d’assalto anche da semplici cittadini afgani terrorizzati dalla prospettiva delle azioni persecutorie che i talibani potrebbero metter in atto.

Ma il discorso Biden è stato un ode all’interesse nazionale americano posto al di sopra di qualsiasi spirito di solidarietà e ancor meno di adeguata riconoscenza per quanti si erano impegnati per decenni al fianco delle forze e delle organizzazioni americane impegnate a creare le condizioni per la nascita di un sistema democratico in Afganistan. E qui non si tratta solo dei collaboratori contrattuali con le strutture occidentali , ma anche di tutti coloro che avevano adottato un sistema di vita coerente con i valori occidentali e che si trovano adesso esposti alla sanzione dei nuovi padroni del paese. Quali per esempio le donne impiegate nelle banche, come si è già visto.

Pur tuttavia ad avviso di chi scrive vi è un aspetto positivo in quanto ha detto Biden, sembra esservi finalmente l’abbandono della politica dell’esportazione della democrazia con le armi avvallata, fino all’arrivo di Trump, dalle amministrazioni americane del terzo dopoguerra e sostenuta anche dai suoi stessi consiglieri. Come appare evidente dall’articolo pubblicato nell’inverno del 2019 su Foreign Affairs da Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, in difesa delle buone intenzioni del liberal interventionist a fronte delle pesanti critiche del professore dell’Harvard University Stephen Walt esposte nel suo libro dal titolo estremamente esplicito “L’inferno delle buone intenzioni”.

Un effetto positivo di tutto questo potrebbe essere l’abbandono di quella concezione del liberalismo (da me definito in un altro saggio turboliberalismo) affermatasi nel terzo dopoguerra (dopo la guerra fredda) che ha fatto strame dei principi del liberalismo del secondo dopoguerra che attraverso i successivi passaggi dei negoziati Est Ovest, ultimi i colloqui Bush Gorbaciov a Helsinki del settembre 1990, aveva creato le condizioni per un mondo senza più antagonismi strategici e tensioni geopolitiche.

prof. AntonGiulio dè Robertis

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